Lo stillicidio del doppio turno nel corso delle elezioni presidenziali brasiliane 2014, iniziato il 5 ottobre, e terminato il 28, ha infine visto il successore dell’ex-presidente Lula, Dilma Rousseff, vincere al fotofinish, dopo una campagna elettorale tutt’altro che brillante. Per sua fortuna, Lula è sceso in campo nei minuti di recupero, e il suo carisma, unito ai voti degli indecisi che si erano astenuti al primo turno, ha garantito alla sua pupilla quei tre milioni di voti extra, sufficienti a portare a casa il “gol” della vittoria. Un’inezia, su una popolazione che sfiora i 200 milioni. Una vittoria di Pirro, però; il PSDB dello sconfitto Aécio Neves, ha già annunciato che farà ostruzione continua in Parlamento, potendo contare su una opposizione che rappresenta oggi quasi la metà del Paese.

Nel trasformismo brasiliano, che ha visto icone del conservatorismo classico assurgere al ruolo di riformisti, tutto è possibile; sta di fatto che i fasti collettivi, conseguenza della forte crescita negli anni del Lulismo migliore, sono finiti; non è un caso se nel corso del primo mandato Rousseff, dal 2010 al 2014, la crescita sia diminuita. Le cause vanno ricercate nella competizione perdente con la Cina riguardo l’export manufatturiero, per i prezzi di produzione piú bassi  che il gigante di Pechino può sostenere, e tra gli scandali che hanno costellato il PT (Partido dos Trabalhadores) culminati con quello della PetroBras, il Moloch che monopolizza l’estrazione nazionale del petrolio, sul quale molti piccoli risparmiatori avevano investito. Ne è conseguenza il ritorno alle disuguaglianze che ha separato per decenni la popolazione, con quel 20% rappresentato da imprenditori rampanti, immobiliaristi e politici, in prevalenza di razza bianca, sul podio più alto della scala sociale, e tutti gli altri, classe media indebitata fino al collo e proletariato delle favelas, distaccati nei gradini inferiori. Una tendenza che si era attenuata durante i due mandati di Lula, permettendo al ceto medio di emergere, e alla working class di vivere in maniera più degna, grazie all’indipendenza energetica e all’accesso generalizzato ai consumi, consentito da un costo della vita ragionevole.

Negli ultimi anni i prezzi dei beni primari sono raddoppiati, e il livello dell’assistenza sanitaria pubblica e istruzione di Stato scaduto, lasciando campo aperto a quel liberismo economico delle finanziarie, che hanno privatizzato ospedali, scuole e trasporti, allargando la forbice del potere d’acquisto e contraendo i consumi medi. La ciliegina sulla torta è costituita da un razzismo strutturale, che relega afro-brasiliani, indios, e meticci al livello di paria urbani, sui quali certi settori della  infieriscono con frequenza , macchiandosi a volte di omicidi basati sul colore della pelle (dei 2000 omicidi commessi mediamente dalle forze dell’ordine negli ultimi anni, 1500 sono neri).

Il Paese attende una boccata d’ossigeno dalle Olimpiadi 2016, ma dovrebbe prima emanciparsi da questo sistema a caste, foriero di rivolte sociali.

 

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