Non amo gli esterofili che passano due mesi in un Paese straniero e sdottoreggiano sull’Italia che al confronto fa pena. In tanti l’avevano fatto dopo le Olimpiadi di Atene, e si è visto com’è andata in Grecia. Il Brasile non è affatto meglio dell’Italia, le condizioni di vita sono imparagonabili, le nostre scuole e i nostri ospedali sono incomparabilmente migliori, le differenze sociali – che pure da noi tendono ad ampliarsi, e quasi mai secondo il merito – sono minime rispetto a San Paolo, dove i ricchi girano su limousine guidate da autisti in livrea e cenano in ristoranti italiani dove non si mangia la pasta ma solo la granseola al suono di un’orchestra d’archi, mentre i bambini delle favela devono lottare per non essere ceduti ai trafficnti di droga o di corpi. Ma sotto certi aspetti i brasiliani hanno capito prima e meglio di noi come si sta nel modno globale. Avete presente i ristoranti di Milano che alle 2 e 5 minuti hanno già chiuso la cucina? A Rio e San Paolo qualsiasi ristorante vi accoglierà a qualsiasi ora del giorno, perchè ha pagato le tasse e il personale e deve rientrare sui costi. A Rio e a San Paolo si alza un braccio e si ferma un taxi; a Roma si devono aspettare dieci minuti al centralino, a Milano si fa una coda infinita in stazione. Si potrebbero fare molto altri esempi, nessuno in sé dirimente, ma che tutti insieme danno il quadro della situazione: in Brasile hanno capito che il viaggiatore non è un pollo da spennare ma un piccolo ambasciatore, che nel suo Paese racconterà di persona o in rete quel che gli è accaduto. E hanno realizzato che l’unico modo per mantenere il livello dei consumi e i servizi sociali cui in Occidente siamo abituati, e a cui nei Pesi in via di sviluppo aspirano, è lavorare di più, e meglio.

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Da un articolo di Sette del Corriere della Sera