Se è vero, come dicono i critici del gigantismo a cinque cerchi, che organizzare un’Olimpiade è la scommessa più rischiosa possibile per una moderna metropoli, allora Rio de Janeiro corre da anni sull’orlo di un azzardo senza precedenti. Non era mai successo che i Giochi si svolgessero in un Paese in preda a una grave recessione economica, la più pesante dell’ultimo secolo, con il Pil in caduta del 3,8 per cento nel 2015 e quest’anno, salvo sorprese, di un altro 3,5 per cento.

Gli ottimisti sostengono che la situazione del Brasile sarebbe stata ancora peggiore senza il traino delle grandi opere (autostrade, ferrovie, metropolitana, impianti sportivi, quartieri per case e uffici) messe in cantiere (e in parte ancora da completare) per la kermesse sportiva. Può darsi, ma intanto gli amministratori pubblici, costretti a raschiare il fondo del barile per chiudere i lavori in tempo per la cerimonia d’apertura, hanno dovuto tagliare su altre voci di bilancio. E così, nelle settimane scorse, alcune categorie di dipendenti statali, dai poliziotti agli ospedalieri, si sono visti recapitare con grave ritardo gli stipendi. Tutto questo nel pieno di una crisi istituzionale, con la presidente Dilma Roussef sotto inchiesta penale e sospesa dall’incarico.

Le cronache recenti si sono già occupate di ritardi e contrattempi nell’organizzazione olimpica, ma una volta passate alla storia, si spera senza gravi problemi, le tre settimane di gare, Rio e il Brasile dovranno affrontare la questione più importante di tutte. E cioè come gestire un’eredità fatta di debiti miliardari e di impianti, sportivi e non, che dopo la chiusura del grande evento rischiano di restare inutilizzati.

Nel Paese sudamericano sono ancora alle prese con lo scandalo degli stadi fantasma, strutture faraoniche inaugurate per i mondiali di calcio del 2014 e da allora abbandonate a se stesse. Per esempio a Nadal o nella capitale Brasilia, dove le squadre locali contano su poche migliaia di spettatori a partita. Due anni fa, il conto finale per la festa del pallone fu di 11 miliardi di euro a carico delle casse pubbliche brasiliane e almeno 2 miliardi servirono a costruire da zero quattro modernissimi impianti per il “futebol” ora fatiscenti. Il budget di spesa per le Olimpiadi si è gonfiato di anno in anno finendo per superare, e di gran lunga, i costi del mondiale calcistico. Si parte da un preventivo di 11,6 miliardi dollari, pari a quasi 10,5 miliardi di euro, e si arriva ai 20 miliardi di dollari (18 miliardi di euro) segnalati in questi giorni da molti analisti.

Dati alla mano, un fatto è certo: i Giochi di Rio non saranno comunque i più costosi della storia. Due anni fa a Sochi, il governo di Vladimir Putin bruciò qualcosa come 50 miliardi di dollari per finanziare le Olimpiadi invernali. Una montagna di soldi pubblici che secondo le accuse dei partiti di opposizione e di molte Ong internazionali andarono a gonfiare i bilanci delle imprese controllate dagli oligarchi amici del Cremlino. Anche in Cina nel 2008, per i Giochi che consacrarono la trasformazione capitalistica del Paese ex comunista, il regime di Pechino non badò a spese. Il bilancio finale superò i 40 miliardi di dollari. Rio invece viaggia appaiata con Londra. Anche le Olimpiadi organizzate nel 2012 nella capitale britannica costarono circa 20 miliardi di dollari. Ben diverse però sono le economie dei due Paesi. Nonostante i progressi dell’ultimo decennio, il reddito procapite brasiliano è ancora la metà di quello del Regno Unito. Senza contare l’enorme divario tra i due Paesi in termini di servizi pubblici essenziali: dalla sanità ai trasporti.

Nel 2009 quando Rio vinse la corsa ai Giochi battendo rivali come Madrid, Tokyo e Chicago, il Brasile era convinto di aver conquistato il biglietto d’ingresso nel club dei grandi del mondo. A sette anni di distanza, con una recessione nel mezzo, il presidente del Cio (Comitato olimpico internazionale), il tedesco Thomas Bach, è costretto a difendere una scelta che, col senno di poi, ora sembra difficile da giustificare. Questione di spiccioli, a volte. In questi giorni, il Cio ha dovuto finanziare il comitato organizzatore, in difficoltà per saldare le fatture di alcuni fornitori per un valore di alcune migliaia di euro.

In sostanza, i soldi sono già finiti. E il futuro prossimo, per i cittadini brasiliani, è lastricato di debiti. Quelli che serviranno a pagare il conto della bolletta a cinque cerchi. I Giochi di Rio, presentati come il trampolino di lancio verso un futuro più stabile e prospero, rischiano invece di portare altra legna al gran falò della crisi. Secondo un report della banca d’affari Euler Hermes, del gruppo tedesco Allianz, tra il 2015 e il 2017 il debito pubblico brasiliano passerà dal 74 al 98 per cento del Pil.

Colpa dell’Olimpiade? Solo in minima parte, rispondono gli analisti. Lo Stato di Rio, però, che ha sopportato una quota importante della spesa per i Giochi, si è già dichiarato in “emergenza finanziaria” e le casse federali hanno dovuto intervenire con un prestito urgente di 2,9 miliardi di real, circa 800 milioni di euro, per gli impegni più urgenti. Anche sul fronte del lavoro i benefici del grande evento sportivo saranno modesti. Si stima che verranno creati 120 mila nuovi posti, per l’80 per cento destinati a scomparire una volta chiusi i Giochi. Intanto, però, il tasso di disoccupazione continuerà a crescere per effetto della crisi economica. Secondo il report di Euler nel 2017 la percentuale dei senza lavoro arriverà a sfiorare il 13 per cento, mentre nel 2015 non superava l’8 per cento.

Nel libro dei sogni infranti un capitolo importante potrebbe infine riguardare anche il turismo. Nelle speranze degli organizzatori, la ribalta mediatica mondiale garantita dalle Olimpiadi avrebbe dovuto moltiplicare il numero dei visitatori a Rio negli anni a venire. Al momento però le immagini di inefficienza che hanno preceduto la cerimonia di apertura non sembrano un gran biglietto da visita. E molti si chiedono se una frequentatissima meta turistica come Rio avesse proprio bisogno del traino olimpico per farsi conoscere. I precedenti, peraltro, non sono incoraggianti. Negli ultimi trent’anni, tra le città sedi dei Giochi, solo Barcellona e Sydney hanno visto aumentare in modo consistente i flussi turistici dopo le Olimpiadi. Per le altre, a cominciare da Pechino e Londra, è cambiato poco o nulla.

L’Espresso