di Emiliano Guanella

Sergio Moro, il giudice più popolare del Brasile, si imbarca nel governo di Jair Bolsonaro diventando un «superministro» di giustizia, sicurezza e controllo fiscale. La nomina del «Di Pietro brasiliano», cervello della maxi inchiesta anti corruzione Lavajato, ha scatenato proteste durissime da parte dell’opposizione e forti perplessità sul futuro delle inchieste da lui condotte. È stata di Moro la condanna che ha tolto l’ex presidente Lula da Silva dalle elezioni vinte da Bolsonaro. «Il cerchio adesso si chiude – dicono al Partito dei lavoratori – dopo aver spianato la strada al candidato di estrema destra adesso Moro viene ricompensato». Fino a poco tempo fa Moro, che gode di un’altissima popolarità ed è era stato più volte indicato come candidato presidenziale, sosteneva che mai e poi mai sarebbe entrato in politica. «La mia missione – aveva detto nel 2016 al quotidiano «Estado de Sao Paolo» – è combattere la corruzione che domina la vita politica brasiliana, non avrebbe senso passare dall’altra parte». Ieri ha cambiato idea.

«Ho accettato questo incarico perché mi è stato assicurato che la lotta alla corruzione e al crimine organizzato sarà un elemento centrale del nuovo esecutivo». Per il presidente eletto si tratta sicuramente di un acquisto di peso, Moro è visto come l’uomo che ha saputo scardinare il sistema di potere del Pt scoprendo il giro di mazzette intorno all’impresa petrolifera statale Petrobras. Il caso Lula, però, è partito da lì; la promessa da parte di un imprenditore del cartello di ditte di costruzione che si aggiudicavano gli appalti pubblici, di un «triplex», un attico su tre piani in riva al mare nei pressi di San Paolo. Lula in quell’appartamento non ci ha mai abitato, ma Moro ha considerato gli indizi a disposizione sufficienti per condannarlo a 12 anni per corruzione e riciclaggio. Con Lula, che aveva il 40% nelle intenzioni di voto, fuori dai giochi Bolsonaro ha vinto. La difesa di Lula chiederà ora l’annullamento del processo per presunta parzialità del giudice.

Non è la prima polemica per un governo che ha già diversi fronti aperti. Bolsonaro ha designato come ministro dell’economia Paulo Guedes, un ex banchiere della scuola dei Chicago Boys che si occuperà di industria, programmazione, commercio e finanza. Guedes ha detto che il Mercosud (l’alleanza economica del Brasile con Argentina, Uruguay e Paraguay) non sarà una priorità, che il Brasile cercherà accordi bilaterali e che non ci saranno protezioni particolari per l’industria nazionale. «Siamo per un’assoluta apertura, sia in economia che nella politica cambiaria; se la quotazione del dollaro cresce, non sarà una tragedia». Novità anche in politica estera; nel suo primo discorso Bolsonaro ha detto che non ci saranno «condizionamenti ideologici» nelle relazioni internazionali, citando come Paesi amici gli Stati Uniti di Donald Trump, a cui dice di ispirarsi, Israele e l’Italia del vicepremier Matteo Salvini con il quale esiste un asse preferenziale anche a causa del caso di Cesare Battisti. L’affinità con Israele è stata sancita con la promessa di spostare, sulla scia di quanto fatto da Trump, l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme, riconoscendo la città santa come capitale dello Stato ebraico.

In un’intervista concessa al quotidiano conservatore «Israel Hayom» Bolsonaro ha detto poi di non riconoscere la Palestina come uno Stato indipendente, nonostante il Brasile lo faccia ufficialmente dal 2010. Un discorso apprezzato da Benjamin Netanyahu, che ha già confermato la sua presenza all’insediamento del nuovo governo il primo gennaio. Sarà così il primo nella storia a visitare il Brasile, una mossa di Israele per creare un nuovo asse americano, questa volta nel Sud, dopo quello con Washington.

Polemica, infine, sul progetto di accorpare il ministero dell’Ambiente a quello dell’Agricoltura. La potente lobby dei produttori agricoli e degli allevatori chiede nuove terre e Bolsonaro sembra disposto a dargliele, nonostante le proteste dei difensori dell’Amazzonia. «Dobbiamo difendere l’ambiente, ma senza esagerare con le multe e i controlli; non possiamo tralasciare lo sviluppo agricolo ed economico del nostro Paese».

Tratto da la Stampa