Jair Bolsonaro, 63 anni, ex capitano dell’esercito, sarà il presidente per quattro anni a partire dal prossimo 1° gennaio. Ha vinto con il 55,29 per cento dei voti. Fernando Haddad del Pt si ferma al 44,71 per cento. «Difenderò la Costituzione, la democrazia e la libertà», le prime parole del neopresidente: «Questa non è la promessa di un partito, né la parola vana di un uomo: è un giuramento davanti a Dio». E chissà quando Bolsonaro prenderà in mano il dossier Battisti, come si è augurato il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini, dopo essersi complimentato col vincitore: «E dopo anni di chiacchiere, chiederò che ci rimandino in Italia il terrorista rosso Battisti». Staremo a vedere.

Lo scenario di una svolta conservatrice, con una piattaforma molto esplicita soprattutto sul piano dei costumi, meno definita sull’economia, si andava delineando da qualche settimana, dopo che Bolsonaro aveva fatto il pieno di voti moderati al primo turno, annientando nelle urne i rappresentanti dei partiti tradizionali. La campagna di Haddad nelle ultime settimane ha cercato intanto di allontanare la sua figura da quella di Lula, sempre in carcere a Curitiba per una condanna per corruzione. Allo stesso tempo ha innescato una mobilitazione capillare, soprattutto nelle strade delle grandi città, allo scopo di scongiurare la vittoria del «fascista» Bolsonaro.

Ancora ieri mattina, nelle strade di Rio, è capitato di vedere elettori di sinistra che cercavano di convincere gli indecisi e soprattutto chi aveva votato Bolsonaro al primo turno a cambiare idea, fino alla soglia dei seggi. Appelli dell’ultim’ora soprattutto diretti alle donne e alle fasce più deboli della popolazione. Nei giorni scorsi a favore della candidatura di Haddad sono giunte dichiarazioni di appoggio molto importanti, come ex giudici e procuratori che pure hanno indagato sugli scandali di corruzione, personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo non sempre allineati con la sinistra. Tutta la mobilitazione è avvenuta al grido di «ele não!», «lui no!», lo slogan che ha tentato invano di scongiurare un gigantesco passo all’indietro con l’elezione di Bolsonaro, soprattutto per quanto riguarda i diritti civili. E, secondo alcuni, con alcuni rischi da non sottovalutare per la democrazia.

La gente esulta dalle finestre, grida il nome del loro candidato, sfoga una rabbia e una tensione accumulata da sei mesi. Il Brasile cambia. Cambia radicalmente. Dopo 13 anni di sinistra arriva la destra estrema. Lula è dimenticato, chiuso in carcere. Con lui l’odiato Partido dos Trabalhadores che tutti considerano responsabili del disastro economico e sociale in cui è sprofondato il paese.
Migliaia di persone con la maglietta nazionale del Brasile si accalcano a Barra de Tijuca, nella zona sud di Rio. Ballano, urlano, inneggiano al loro leader. I fuochi di artificio illuminano a giorno la spiaggia e il mare. La gente urla il nome dell’Uomo nero nel resto della città. Dalle finestre, nelle piazze e nelle strade. La vittoria è schiacciante.
Brasile, Bolsonaro ringrazia Salvini e promette: ”Il nostro regalo all’Italia? Sarà Battisti”

Bolsonaro appare sui social. Sulla sua pagina di Facebook. “Dobbiamo abituarci a vivere insieme – esordisce – Per ritrovare la prosperità perduta. Grazie a Dio sono riuscito a interpretare la volontà dei nostri concittadini. Il paese chiedeva un cambio. Non potevano continuare a vivere con il populismo, l’estremismo, il comunismo della sinistra. Dobbiamo seguire l’insegnamento di Dio. Faremo un governo che possa portare il nostro Brasile nel posto che merita. Abbiamo le condizioni per governare, con i nostri parlamentari. Tutti gli impegni che abbiamo assunto saranno rispettati e portati a termine. Non cederemo l’Amazzonia, parleremo con la gente, rispettano tutte le opinioni e le esigenze. Ma metteremo davanti a tutto e tutti l’interesse del paese. Sapevamo dove dovevamo andare e ora sappiamo dove andiamo. Ringrazio i brasiliani per la fiducia dimostrata”.

La gente accompagna il discorso urlando dalle finestre. Grida di gioia e di rabbia. Un vero sfogo dopo mesi di scontri e aggressioni. Si spara molto. Colpi sordi, di fucili automatici. Ma sono le grida che invocano Bolsonaro a dominare tutto. Qualcuno risponde con insulti. Lo scontro si sposta nell’aria, tra chi grida più forte. Anche a San Paolo la reazione sono le grida e gli insulti. Ci sono alcuni scontri con la polizia che crea un cordone tra i sostenitori del Pt e i fan di Bolsonaro radunati sulla Avveniva Paulista.

Il Brasile chiude con l’epoca di Lula e del Pt. Adesso domina la destra. Una destra estrema, populista, razzista. La gente ha votato. Ha scelto il Messia. Ha puntato tutto su di lui. E lui, l’ex capitano dell’Esercito, è già pronto a raccogliere la sfida. Si fanno i nomi dei primi ministri del prossimo governo che entrerà in carica il prossimo primo gennaio. Paulo Guedes, economista, alle Finanze. Il generale Augusto Heleno, alla Difesa. Il deputato Onyx Lorenzoni alla Casa civile, una sorta di primo ministro.
Il Brasile che esce da questo voto è profondamente spaccato. Nel Sud bianco e ricco, il voto a Bolsonaro è stato una valanga, lo hanno premiato anche tutte le grandi città, mentre a Nord e Nordest, le regioni più povere del Paese, Haddad ha prevalso. È l’effetto dei programmi sociali degli anni d’oro di Lula, mentre, per ragioni opposte, è il legame di quei governi con la corruzione ad aver costruito un gigantesco voto di protesta. Bolsonaro ha promesso forti tagli alla macchina statale e ai ministeri, ma per avere la maggioranza al Congresso dovrà concedere molto a decine di partiti e lobby di interesse.

Immediata la reazione di Salvini: “Anche in Brasile i cittadini hanno mandato a casa la sinistra! Buon lavoro al presidente Bolsonaro, l’amicizia tra i nostri popoli e i nostri governi sarà ancora più forte”. Lo scrive il leader della Lega su Twitter complimentandosi con Jair Bolsonaro per l’elezione a presidente del Brasile. “E dopo anni di chiacchiere, chiederò che ci rimandino in Italia il terrorista rosso Battisti”, ha twittato il ministro leghista.