Contesto
La
missione All Souls si trova a St. Albert, piccolo paesino
rurale situato a oltre 1200 mt di altitudine negli altipiani
del nord-est dello Zimbabwe.
Il paese, composto fondamentalmente dall’Ospedale, dalle
Scuole, da un mercato precario, dalla chiesa e dalle poche
case di chi ci lavora, si perde rapidamente nei campi
costellati da gruppetti di capanne africane. |
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St.
Albert
Il
fulcro della missione è l’ospedale distrettuale di St.
Albert, ospedale missionario-governativo in cui lavorano tre
dottoresse, due zimba ed una indiana, una ventina di infermieri
e tecnici ed una dozzina di operai, il tutto per 120 posti letto
circa; a questo ospedale fa capo tutto il distretto di Centenary,
un area molto ampia (paragonabile al nord-est italiano) ed impervia,
per metà arroccata fra monti e altopiani e per metà
giù nella valle fino allo Zambesi, fra malaria e baobab.
L’anima di questa missione sono invece le persone ci lavorano,
capitanate dall’instancabile dottoressa Elisabeth, che si occupano
della salute della popolazione sotto tutti gli aspetti, dall’emergenza
alla prevenzione, dalla riabilitazione agli aiuti per gli orfani.
Questo ospedale infatti, con gli scarsi aiuti governativi ed
i più consistenti aiuti di associazioni umanitarie, delle
ONG e di donazioni, sta portando avanti ormai da anni, in certi
casi anche come centro pilota, importanti progetti di salute
pubblica, come il programma per la prevenzione della trasmissione
materno-fetale del HIV, progetti di counsellig nelle scuole
e villaggi sulla trasmissione del HIV, programmi di vaccinazione,
prevenzione e trattamento precoce della malaria e tanti altri…
Ovviamente, come ogni missione che si rispetti, i problemi non
mancano! ad esempio nella lunga stagione secca l’acqua potabile
scarseggia (c’è per due ore al dì) e le linee
elettriche non sono proprio impeccabili; i farmaci e presidi
sono contati (ed una volta finiti, ciccia!), le condizioni igeniche
sono critiche. Ma ancora più drammatica appare la situazione
della popolazione, che vive alla giornata, nella speranza di
un pugno di saza, polenta di mais bianco, senza lavoro, con
la terra ma senza i mezzi economici e fisici per coltivarla,
a causa della crisi e dell’epidemia di HIV che divora i giovani-adulti,
lasciando bambini orfani ed anziani impotenti.
La
missione, grazie ad aiuti italiani, ha avviato da alcuni anni
una farm, dove si produce mais, verdura e frutta, e si allevano
bovini, suini, galline e conigli per garantire il vitto che
l’ospedale offre ai pazienti ricoverati (negli ospedali governativi
ciò non è previsto). Per permettere questo, ed
un miglior uso delle acque potabili in futuro, è in costruzione
vicino alla farm una diga, in grado di creare durante il periodo
delle piogge un bacino idrico in grado di garantire irrigazione
ed acqua non potabile per gran parte dell’anno.
Un altro progetto che da anni la missione sta potando avanti
con vari gruppi italiani è quello delle adozioni a distanza
dei bambini rimasti orfani; i bimbi vivono con i parenti nei
villaggi ma grazie agli aiuti hanno la possibilità di
andare a scuola (che è obbligatoria ma a pagamento) ed
avere vestiti e scarpe.
Certamente le cose da fare sono ancora tante per migliorare
la situazione, ma lo spirito è quello giusto, e la tenacia
certo non manca!
Un ringraziamento a tutti quelli che ci aiutano, con tanto e
con poco, con un tatenda (grazie) dal cuore ed un battito di
mani alla maniera zimba.
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